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	<title>Orion Libri</title>
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	<description>La cultura che non si arrende</description>
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		<title>Da Vittorio Veneto alla Marcia su Roma</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Nov 2020 14:38:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Autore: AA.VV.

Pagine: 512

Anno: 2020

ISBN: 9788885574502]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“<em>Un secolo fa, l’Italia ardeva di una fiamma inconsueta che si era accesa nell’interventismo ed era avvampata nel socialismo nazionale delle trincee, aristocratico nell’animo e popolare nel tratto cameratesco. Si pensò che la pace della vittoria mutilata avrebbe spento gli ardori e rigettato l’intera società nel suo provincialismo. Per un attimo, sembrò che fosse così e che la sola alternativa alla ritrovata mediocrità potesse essere l’utopia feroce e sanguinaria della vendetta di classe. Tuttavia, quella fiamma era ben lungi dall’essere spenta e bruciò sempre più viva, trasfigurando la sordida realtà e ravvivando un popolo che non aveva fino ad allora avuto coscienza di sé. Non si trattò esclusivamente d’infondergli una coscienza razionale, ma qualcosa di ancora più alto e divino. Nuova ed antica, l’Italia che rinasceva come una fenice illuminò di sé non soltanto se stessa, ma il mondo intero. Quell’incendio si propagò in un quadriennio: da Vittorio Veneto alla Marcia su Roma</em>”.</p>
<p>– Gabriele Adinolfi</p>
<p>Con l’istituzione del “Comitato pro Centenario 1918-1922”, si è inteso ripercorrere – passo dopo passo – il quadriennio rivoluzionario che caratterizzò l’Italia all’indomani della fine della Grande Guerra. Questo volume – curato da Pietro Cappellari – presenta i risultati del percorso di riconquista culturale e identitaria che un intero mondo politico ha messo in atto nel 2019, in un’epica impresa di riscoperta della propria storia.</p>
<p>Soprattutto, questo tomo – il primo dei quattro che saranno pubblicati nei prossimi anni – raccoglie una serie di saggi inediti sui fatti più importanti che caratterizzarono quel lontano 1919 dei quali, per l’appunto, è ricorso il “centenario”. Un cammino che parte emblematicamente dalla Vittoria nella Prima Guerra Mondiale (4 Novembre 1918), passa per la Fondazione dei Fasci Italiani di Combattimento (23 Marzo 1919) ed arriva all’Impresa di Fiume (12 Settembre 1919).</p>
<p>Eventi storici che segnarono profondamente la storia d’Italia e che finalmente vengono presentati sotto una nuova veste interpretativa, libera dai condizionamenti della vulgata che per oltre 70 anni ha tenuto in ostaggio la storia della nostra Nazione.</p>
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		<title>Orion n° 251</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Sep 2020 07:27:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[<strong>Come si acquistano gli “Orion”.</strong>
Una copia € 5,00: si può acquistare solo ordinando un libro in catalogo.
5 copie € 20
10 copie € 35
20 copie in su, € 2,5 cad.
E’ necessario, una volta espletato l’ordine sul sito, contattare la segreteria al seguente indirizzo:
AGA@artigraficheambrosiane.com]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Come si acquistano gli “Orion”.</strong><br />
Una copia € 5,00: si può acquistare solo ordinando un libro in catalogo.<br />
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E’ necessario, una volta espletato l’ordine sul sito, contattare la segreteria al seguente indirizzo:<br />
AGA@artigraficheambrosiane.com</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>INDICE</p>
<p><span style="color: #202122;"><span style="font-family: 'Liberation Serif', serif;"><span style="font-size: medium;">Ardisco non ordisco </span></span></span></p>
<p><span style="color: #202122;"><span style="font-family: 'Liberation Serif', serif;"><span style="font-size: medium;">La rivolta dei popoli giovani </span></span></span></p>
<p><span style="color: #202122;"><span style="font-family: 'Liberation Serif', serif;"><span style="font-size: medium;">La Carta del Carnaro</span></span></span></p>
<p><span style="color: #202122;"><span style="font-family: 'Liberation Serif', serif;"><span style="font-size: medium;">Fiume in piena </span></span></span></p>
<p><span style="color: #202122;"><span style="font-family: 'Liberation Serif', serif;"><span style="font-size: medium;">O Fiume o Roma!</span></span></span></p>
<p><span style="color: #202122;"><span style="font-family: 'Liberation Serif', serif;"><span style="font-size: medium;">Fiume: in principio era l’azione </span></span></span></p>
<p><span style="color: #202122;"><span style="font-family: 'Liberation Serif', serif;"><span style="font-size: medium;">La Canzone del Quarnaro </span></span></span></p>
<p><span style="color: #202122;"><span style="font-family: 'Liberation Serif', serif;"><span style="font-size: medium;">Se sparate, mirate alle medaglie!</span></span></span></p>
<p><span style="color: #202122;"><span style="font-family: 'Liberation Serif', serif;"><span style="font-size: medium;">La causa dell’anima </span></span></span></p>
<p><span style="color: #202122;"><span style="font-family: 'Liberation Serif', serif;"><span style="font-size: medium;">Fiume rossa, Fiume in rosa </span></span></span></p>
<p><span style="color: #202122;"><span style="font-family: 'Liberation Serif', serif;"><span style="font-size: medium;">Laude della povertà </span></span></span></p>
<p><span style="color: #202122;"><span style="font-family: 'Liberation Serif', serif;"><span style="font-size: medium;">L’Ardito cioè l’Eroe </span></span></span></p>
<p><span style="color: #202122;"><span style="font-family: 'Liberation Serif', serif;"><span style="font-size: medium;">Mutuo sociale / Partecipazione sociale al bilancio </span></span></span></p>
<p><span style="color: #202122;"><span style="font-family: 'Liberation Serif', serif;"><span style="font-size: medium;">Noreporter agosto</span></span></span></p>
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		<title>L&#8217; Impresa Fiumana</title>
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		<pubDate>Wed, 29 May 2019 08:32:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Autore: Host-Venturi

Formato: 17x24

Pagine: 312

Anno: 2019

ISBN: 9788832289015]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Giovanni Host-Venturi, irredentista fiumano, acceso interventista, partecipò alla Grande Guerra e all&#8217;Impresa di Fiume. &#8220;L&#8217;Impresa fiumana&#8221; è il suo resoconto, a quasi mezzo secolo di distanza, dell&#8217;epopea fiumana e degli eventi che la precedettero, visti da una prospettiva priivilegiata, quella di uno dei più stretti collaboratori di d&#8217;Annunzio.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>d&#8217;Annunzio politico</title>
		<link>http://www.orionlibri.net/negozio/d-annunzio-politico/</link>
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		<pubDate>Thu, 28 Mar 2019 16:28:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Autore: Nino Daniele

Formato: 15x21

Pagine: 224

Anno: 2019

ISBN: 9788898809509]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È questo, dopo <em>Con d’Annunzio a Fiume</em> di Mario Carli e <em>La stagione delle fiamme danzanti</em> di Léon Kochnitzky, il terzo “diario” o, per meglio dire, resoconto memorialistico, che AGA Editrice pubblica sull’epopea fiumana, senza considerare <em>Trillì</em> e <em>Santa Pirateria</em> — romanzi, sempre di M. Carli, il primo e di Yambo il secondo — <em>Gli allegri filibustieri di d’Annunzio</em> di T. Antongini (essenzialmente centrato sulle gesta degli Uscocchi, i “corsari di Fiume”), <em>Guido</em> <em>Keller</em> <em>l’asso di cuori</em> che di Fiume resta l’insuperabile eroe.<br />
<em>D’Annunzio Politico</em> lo si deve alla penna di un giornalista di matrice socialista fedelissimo di d’Annunzio e da alcuni definito addirittura “comunista” per la sua stretta relazione con Nicola Bombacci. Pubblicato nel 1928 in Brasile, questo testo è da Renzo De Felice ritenuto molto importante e veritiero. In esso sono riportati molti retroscena della preparazione della Marcia su Ronchi, degli incontri dal Daniele provocati e riusciti di d’Annunzio con personalità allora di primo piano, come Benito Mussolini e quelli mancati, come quello con Antonio Gramsci.<br />
Il libro è introdotto da un esaustivo saggio di Claudio Siniscalchi che ben inquadra lo stato di cose relativamente agli studi storici sul d’Annunzio e chiuso da quella che fu l’introduzione di Renzo de Felice al suo saggio <em>d’Annunzio politico </em>(omonimia di titolo con il Daniele) del 1978 con cui lo storico metteva il Vate per la prima volta sui binari della rigorosa ricerca storica e togliendo, di pari passo, dall’oblio l’epopea fiumana, per certi versi dimenticata tanto dai “neri” che dai “rossi” per opposte ragioni.<br />
Potenti ed entusiasmati risultano i capitoli dedicati alla marcia di Ronchi su Fiume, con resoconti suggestivi per quanto puntigliosi, dallo stile cronachistico ormai andato del tutto perso ai giorni nostri.</p>
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		<title>Fascismo rivoluzionario</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Nov 2018 09:35:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Autore: Luca Leonello Rimbotti

Pagine: 504

Anno: 2018

ISBN: 9788885574106]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il Fascismo rivoluzionario – o “di sinistra” – è quella componente progressista del movimento mussoliniano che intende sovvertire l’ordine borghese, il capitalismo, la finanza internazionale e lo sfruttamento operato dagli usurai ai danni del popolo, al fine di edificare – sulle macerie del vecchio mondo liberaldemocratico – la giovane Civiltà del Lavoro, liberamente organizzata nell’ordine corporativo.</p>
<p>Contrario anche al brutale collettivismo comunista – limitato ad una visione materialista che nega ogni riferimento all’identità storico-etnica delle stirpi – il Fascismo rivoluzionario intende costruire una comunità di popolo nella quale vengano fusi – in una sintesi totalitaria – la modernità e la tradizione, il socialismo e il nazionalismo, le aristocrazie eroiche e le masse popolari.</p>
<p>Ostacolato e frenato dai reazionari e dai conservatori che “fiancheggiano” il regime e innescano il tradimento finale, il programma politico dei “fascisti di sinistra” – egemone agli albori della Rivoluzione – poté esprimersi pienamente soltanto nei pochi mesi della Repubblica Sociale Italiana, in una situazione resa drammatica dallo sfortunato epilogo bellico.</p>
<p>La mistica della lotta, la fede nel capo carismatico, la fiducia nel destino di gloria, l’eroismo guerriero e la fanatica fedeltà all’Idea sono alcuni degli elementi che fanno del Fascismo un fenomeno non solo politico, sociale o economico, ma anche spirituale, culturale e addirittura religioso.</p>
<p>Questo libro ripercorre le vicende, le idee e i protagonisti della svolta nazionale e sociale: dagli arditi della Grande Guerra ai legionari di Fiume; dai futuristi ai sindacalisti; dai primi Fasci di Combattimento agli squadristi; dai corporativisti ai giovani dei GUF; dalla scuola di Mistica Fascista alle Brigate Nere repubblicane, passando per i grandi intellettuali che abbracciarono l’ideologia della rivoluzione italiana all’ombra del littorio.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Camions</title>
		<link>http://www.orionlibri.net/negozio/camions/</link>
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		<pubDate>Mon, 06 Mar 2017 10:02:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Adolfo Baiocchi

pp. 136

Marzo 2017]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>DALLA PREFAZIONE (di Giacinto Reale)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si può affermare con una certa sicurezza che il movimento delle squadre se ebbe a Milano, con Mussolini ed il gruppo gravitante intorno al “Popolo d’Italia”, il suo vertice politico, conobbe in Toscana ed in Emilia i maggiori successi in termini di adesioni ed attività.</p>
<p>Si trattò, però, di due tipi di squadrismo diversi nei caratteri e nelle figure più rappresentative. Guascone, con uno spiccato gusto per lo scherzo (anche feroce) quello toscano — che pure assunse rilevanza numerica di tutto rispetto, tanto che, secondo i dati forniti da Marco Palla, nel maggio del 1922 «erano concentrati in Toscana più di un quinto dei fasci e circa un sesto dei fascisti di tutta Italia» —, più politico quello emiliano, dove già nel ’21 prese corpo il sindacalismo fascista.</p>
<p>È anche per questo che il primo non espresse alcuna figura veramente importante nel Fascismo (gli stessi Renato Ricci e Carlo Scorza possono considerarsi dei comprimari, mentre Pavolini era stato solo uno squadrista diciassettenne, come tanti altri), nel secondo, invece, emersero Arpinati e Balbo, Grandi e Muti, giusto per fare i primi nomi che vengono a mente.</p>
<p>Certo, squadrismi importanti si ebbero anche in Polesine, a Trieste, Napoli e nelle Puglie, ma a “tracciare il solco” fu quello toscano, a cominciare dalla “proto-spedizione” di Montespertoli dell’ottobre del 1920, che presentava già, in nuce, tutti i caratteri dello squadrismo che verrà.</p>
<p>Nella stessa Toscana, inoltre, differenze ci furono, per esempio, tra il primo fascismo fiorentino, segnato dalla presenza di personaggi come Dumini, Banchelli e Frullini, ex combattenti ed “uomini di mano” prestati alla politica in un periodo tempestoso, quello carrarese, dove a farla da padroni erano cavatori e scalpellini del marmo, guidati da Ricci, figlio di cavatore egli stesso, e quello senese, dove, nella forte componente degli studenti della locale Università emerse Giorgio Alberto Chiurco, destinato a diventare chirurgo di fama, oltre che politico e storico.</p>
<p>Proprio nel Senese agì anche Adolfo Baiocchi, che era stato volontario di guerra, ferito, decorato di medaglia d’argento, promosso sottotenente e prigioniero nel campo di concentramento di Terezin, in Bosnia.</p>
<p>Dello spirito che lo animava, nelle giornate del “maggio radioso”, ci ha lasciato una bella testimonianza nel suo Generazioni:</p>
<p>«Le due stanzette dell’ufficio interventista di Siena, in piazza S. Francesco, la sera del 24 maggio erano affollate di giovani. L’ansia di quelle giornate epiche era divenuta quella sera tormento, e le discussioni fervevano, improntate alle più grandi speranze, quando, verso mezzanotte, un uomo sudato, col respiro mozzo per aver corso, entrò come un bolide urlando: “È arrivato il telegramma, è arrivato il telegramma della dichiarazione di guerra!”</p>
<p>Le discussioni cessarono e vi fu un attimo di completo silenzio: la notizia aveva sbalordito tutti. Poi una voce urlò: “Viva l’Italia, viva il Re!” I presenti, in uno slancio frenetico, risposero concordi al grido: “Viva l’Italia, viva il Re!” Il segretario del gruppo, un laureando in chimica — bruno, alto, asciutto, viso dantesco, grande cravatta nera svolazzante — salì su un tavolo per arringare i compagni: “Amici, il nostro voto è stato esaudito. Stanotte stessa noi chiuderemo questo locale testimone della nostra passione. Il dovere di ognuno di noi non è più qui, non è nemmeno presso le nostre famiglie, ma è quello di presentarci immediatamente al Distretto militare. Dio faccia che la gloria sia con voi!”E tutti i presenti gridarono, ad una voce: “Al Distretto!” Uscirono insieme nella notte. In quell’attimo risuonò, cupo, il campanone della torre del Mangia. All’improvviso, grave rintocco, la gente si svegliò, le finestre si illuminarono e la terribile magica parola strinse i cuori: “La guerra, la guerra!”.</p>
<p>I caffè che erano ancora aperti vennero quasi subito chiusi, le strade si fecero deserte e buie. Da via dei Rossi avanzò compatto il gruppo degli interventisti. Essi cantavano a gola aperta, e il loro canto vinceva i rintocchi della grande campana. La mattina dopo la città era animatissima, come nelle più solenni occasioni. Al primo senso di smarrimento era subentrato un grande entusiasmo ed una folla enorme stazionava davanti alle vetrine dove erano stati affissi i telegrammi delle prime notizie di guerra: “L’Esercito italiano, passato il confine, ha occupato Dolegnano e Ala”.</p>
<p>Dalla folla partivano grida di evviva. Taluni passanti dicevano a gente anche sconosciuta: “Hai visto? I nostri vanno avanti!”».</p>
<p>Le foto dell’epoca ce lo mostrano non molto alto, grassottello, con due occhi vivaci, preferibilmente atteggiati al sorriso, forse diverso nell’aspetto da quello che si sarebbe immaginato per uno che, tornato in Patria, fu fondatore del Fascio di Abbadia San Salvatore, nel novembre del 1920, oltre che di altri viciniori ed organizzatore, animatore e capo di squadre, costituite prevalentemente da rude gente di montagna. Quelle stesse squadre che, al solo apparire, intimidivano non solo gli avversari ma anche i pavidi borghesi della città, tanto che l’impressione resterà ben nitida, ancora a distanza di tanti anni, nella memoria di Paolo Cesarini: «Ricordo la gran paura e il chiudere d’usci a Siena, quando si spargeva la voce che arrivavano i fascisti dell’Amiata, che erano picchiatori temuti, o comunque della provincia, magari guidati dal medico o dall’avvocato, ma artigiani, bottegai, piccoli agricoltori, operai, tutta gente minuta, insomma».</p>
<p>Era proprio il caso del nostro Baiocchi, che apparteneva ad una famiglia benestante di Abbadia, ma al suo popolo era vicino — per tradizione familiare, vorrei dire — e ne era ricambiato con affetto: solo a chi ama fermarsi alla superficie delle cose può sembrare strano, per esempio, che il padre Angelo, notabile ed anche sindaco del paese, nel 1929, ai tempi del “martedì nero”, venne arrestato perché ritenuto l’ispiratore di uno sciopero di protesta, per motivi economici, di circa trecento minatori di Abbadia.</p>
<p>Nonostante i suoi tumultuosi trascorsi, Adolfo, dopo la Marcia, fu esponente dell’ala “moderata” del rissoso fascismo senese, ricoprendo, a fasi alterne, incarichi direttivi nella Federazione e venendo eletto deputato nel 1924.</p>
<p>Per comodità di sintesi dirò che, all’interno del Partito, aderì alla corrente “farinacciana”, come la maggioranza di coloro che avevano preso parte all’esperienza squadrista, e diede alla sua azione sul territorio uno smaccato senso campanilistico (dopolavori, istituti di beneficenza, colonia marina, etc.), nella migliore tradizione di questi “ras” locali.</p>
<p>Quando la sua stella declinò, si dedicò al lavoro ed alla letteratura (oltre a questo Camions ci sono anche il già citato Generazioni e Uno dei tanti, sempre dedicati all’esperienza di guerra e squadrista), confermando la sua fede nel Fascismo da volontario in Africa, e cercando di recuperare terreno in politica legandosi alla stella emergente del suo corregionale Galeazzo Ciano, fino alla nomina, nel ’39, a componente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni.</p>
<p>Sarà proprio l’amicizia con Ciano (che qualcuno sospetterà abbia addirittura ospitato nel periodo intercorrente tra il 25 luglio e la consegna ai Tedeschi) a suggerirgli un atteggiamento defilato durante la RSI. Graviterà, comunque, sempre nell’ambiente fascista e post, tanto che il figlio Angelo (battezzato con lo stesso nome del nonno) sposerà Adria Mussolini, figlia di Vittorio.</p>
<p>Personaggio minore del Fascismo, quindi, la cui scelta politica (che sarà poi “di vita”) venne segnata dall’esperienza di guerra, condotta da posizioni interventiste mai rinnegate e dall’irrompere nella tranquilla vita di un paese come il suo della violenza sovversiva nel cosiddetto “biennio rosso”.</p>
<p>(&#8230;)</p>
<p>Vi è, nel titolo di questo libro, Camions, un evidente e forte richiamo all’altro Venti su un autocarro di Guido Strumia già ristampato da questo stesso Editore. Una ulteriore testimonianza della rilevanza che, nella pratica e nell’immaginario squadrista, assunse il 18BL, che era stato il mezzo di trasporto principale delle truppe in guerra e, soprattutto, dei manipoli di Arditi prelevati dalle retrovie e portati in prima linea a sconquassare con bombe e pugnali le trincee avversarie, prima dell’arrivo della fanteria.</p>
<p>Commemorato, negli anni a venire, con affetto e quasi “umanizzato”, come è stato scritto, per esempio, in un articolo (che non poteva che chiamarsi “Vecchio Camion”) apparso in occasione della Mostra della Rivoluzione fascista: «Non ricordo chi fece la proposta di porre in una delle sale un camion. Certo egli era squadrista. Infatti non si può scindere il ricordo dei giorni passati da questo carcassone rapido e rumoroso che non è stato mai per noi soltanto un mezzo di trasporto».</p>
<p>Vada per il rumoroso; qualche riserva è però lecito avanzare sul “rapido”. Si trattava, in genere, di residuati di guerra comprati alle aste dell’Esercito da piccoli commercianti, rimessi in piedi alla bell’e meglio, e “prestati” (per qualche ora, non sempre di buona voglia, e soprattutto di domenica, giornata di tregua delle attività lavorative, ma ricca di avventure squadriste) ai richiedenti in camicia nera:</p>
<p>«Immediatamente un uomo, imbacuccato nel pastrano, apparve nella luce, si chinò fra i due fari, e, dopo essersi appoggiato con una mano ai bordi del radiatore, afferrò con l’altra la manovella della messa in moto, facendola girare in fretta, più volte.</p>
<p>Il motore si accese, starnutì, sbuffò, si spense, tornò a scoppiettare, a starnutire, e prese, finalmente a pulsare con ritmo regolare».</p>
<p>Così inizia una delle avventure narrate da Baiocchi, e, perché nessuno si faccia illusioni sulle condizioni nella quale essa si svolge, mi piace leggere due righe di uno dei sapidissimi dialoghi (molto “toscani”) che affollano il racconto:</p>
<p>(&#8230;)</p>
<p>Camions procede come un vero saggio di memorialistica squadrista: uomini, luoghi ed episodi sono indicati con esattezza, e comunque sono facilmente riconoscibili per chi ha dimestichezza con il periodo: ai fatti veri della spedizione su Volterra, dell’agguato di Foiano, dell’eccidio di Sarzana si alterna il racconto di episodi di aneddotica squadrista, verosimili se non veri, destinati a far parte di quella tradizione orale che animava le serate di veglia e di attesa, nelle malconce sedi dei primi Fasci.</p>
<p>Ci sono gli squadristi di Abbadia che, di rinforzo ai senesi nell’azione su Castelnuovo Abate si vedono chiedere, all’ingresso nel paese avvolto nella nebbia, la “parola d’ordine” da una voce nel buio. Al silenzio di quelli che non la sanno, perché nessuno gliel’ha mai fornita, inizia il fuoco amico, e poco manca ci scappi il morto.</p>
<p>Divertente, e, per fortuna senza gravi conseguenze è la beffa del 1° maggio, quando, dopo aver sequestrato l’oratore socialista designato per un comizio a Murlo, tocca allo stesso Baiocchi prenderne il posto, concionare per un po’, ossequiato e riverito dai capoccia sovversivi locali, finché, al timido accenno: «La patria, operai, che vi ammonisce di rientrare in voi stessi, di non ascoltare i falsi profeti&#8230;» due robuste manacce lo tirano giù dal palco e lo costringono, insieme al suo accompagnatore, ad una fuga precipitosa dalla quale escono piuttosto malconci.</p>
<p>Né mancano i nemici che ricorrono agli espedienti più turpi in quella lotta di strada e senza quartiere: macigni fatti precipitare dall’alto sui camion, fili d’acciaio tesi tra gli alberi per mozzar teste agli imprudenti in piedi sul cassone, fucili micidialmente caricati con sale grosso da cucina e cartucce da cinghiale.<br />
(…)</p>
<p>Erano bei giovanotti, i fascisti! Con la camicia nera aperta sul collo, le maniche rivoltate sugli avambracci venati e muscolosi, il fez a sghimbescio sui capelli bruni che uscivano, simili ad un’ala nera, dando ai volti un’aria sbarazzina e nello stesso tempo marziale… Ma non era solamente il fez che attirava le donne; molti di quei giovani avevano occhi così ardenti, così pieni di fuoco, che non si potevano guardare, e da quella giovinezza si sprigionava un profumo che pungeva e attirava…Passavano per tre i fascisti, in lunghe colonne, cantando. Le loro canzoni erano come le loro musiche, allegre, elettrizzanti; e i canti evocavano le lunghe marce al sole, i bivacchi alla luna, quando i troppi ricordi non lasciano dormire… Le donne guardavano meravigliate, pensando: “Son questi i fascisti, gli incendiari, i sanguinari? Possibile?” e le più giovani ammiccavano sorridendo, e si sussurravano all’orecchio: “Senti come canta bene quel moretto! E che bella bocca!” E più di una arrossiva dietro i vetri.</p>
<p>“O bella di maggio” — disse un fascista mentre passava, a una ragazza affacciata sopra un vaso fiorito — “Me lo getti un fiore?”</p>
<p>Subito una mano staccò dalla pianta il più bel fiore, e lo gettò nella strada. La domanda era stata accompagnata da un sorriso così incantevole! Dall’ alto due occhi lucenti seguirono il giovane inchinarsi a raccogliere il fiore, fissarono un po’ imbarazzati, ma felici, il maschio volto che si schiudeva a ringraziare, come una rosa al mattino, e tremarono al gesto che metteva sulla bocca del moschetto il fiore raccolto».</p>
<p>Che dire? Oggi come ieri, ognuno scelga con chi stare: tra gli assassini nascosti tra le siepi, in agguato, armati di accette, roncole e forconi o tra questi giovanotti che sfilano in allegria, con i fiori che sbucano dalle bocche dei fucili.</p>
<p>Io, di mio, ho già scelto, parecchi anni fa&#8230;</p>
<p>Giacinto Reale</p>
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		<title>Venti su un autocarro</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Mar 2017 09:53:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Guido Strumia

pp. 168

Marzo 2017]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>DALLA PREFAZIONE (di Giacinto Reale)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Credo si possa dire che il titolo di questo bel libro di memorie squadriste in forma di romanzo rappresenti, in due parole, la sintesi di gran parte di ciò che fu lo squadrismo.</p>
<p>Innanzitutto il riferimento al numero (“venti”) che rispecchia la realtà delle squadre e l’orgoglio di essere “minoranza rumorosa” (così si definirono gli squadristi veneziani), contro una maggioranza vile ed un nemico numericamente più consistente, ma vile anch’esso. Orgoglio destinato a durare nel tempo, tra i “veri” squadristi di allora, come il Capitano degli Arditi, decorato, Piero Bolzon:</p>
<p>«Noi, quelli che veramente abbiamo fatto la rivoluzione, ci parlavamo, un tempo, occhi negli occhi, alla brava, secondo una costumanza che battezzavamo per “menefreghista”; né conoscevamo la carezza ai grami cittadini per viltà, né il sistema della pedata per irriconoscenza congenita…».</p>
<p>Ecco perché da quell’arditesca pattuglia, a suo modo elitaria, resteranno esclusi, nonostante i tanti tentativi di intrusione, i “finti” squadristi (c’erano anche quelli!) fustigati da un altro che c’era, fiumano, segretario del fascio di Sesto S. Giovanni, dirigente delle Avanguardie giovanili, pluriferito e incarcerato, Asvero Gravelli:</p>
<p>«Perché noi imparammo questo: “che fascisti si nasce e non si diventa”. Così, queste pagine sono nate fasciste, e sono squadriste per eccellenza, e non si confondono con altre terminologie, anche se c’è molta gente che, per il solo fatto di aver appartenuto ad una squadra ginnastica, si arroga il diritto di definirsi “squadrista”».</p>
<p>Orgoglio che si conserverà nel tempo, nella scia del testamento spirituale che, quasi presago del triste destino che lo attendeva, il ventunenne Ischiras Calamai, poi ucciso a Santa Lucia di Prato il 13 febbraio del 1922, aveva scritto pochi giorni prima di morire:</p>
<p>«Il sentirmi solo mi piace e mi inorgoglisce. Mi possono uccidere, se vogliono. Ma anche dopo morto costerò sempre più io di loro».</p>
<p>Tornando alle squadre e volendo cercare precedenti illustri, non si può non ricordare che ventuno furono i componenti della Disperata fiorentina (qui la doppia suggestione dannunziano-fiumana è evidente) e venti quelli della Celibano di Ferrara (Mussolini, che chiese di farne parte, ottenne solo la tessera numero 21), forse le due più famose squadre d’azione della primavera squadrista.</p>
<p>Vi è poi, nel titolo, quel “camion”, che altri non è che il 18 BL, essenziale per l’azione (anche se non mancano esempi di spedizioni organizzate in treno o, addirittura, in bicicletta) e la cui presenza in squadra è benvenuta da tutti, come, con la solita ironia tutta toscana, testimonia Piazzesi:</p>
<p>«Ora ci siamo motorizzati, e presso varie ditte sono stati prelevati una dozzina di camion che vengono messi a disposizione delle squadre.</p>
<p>“E si potrà anche morire, ma senza che dolgano i piedi” dice il Mago, e la misura del prelievo riscuote la massima approvazione».</p>
<p>In una quasi magica trasformazione, il mezzo diventa persona, così come avviene per qualche rara mitragliatrice addirittura battezzata affettuosamente con nomi femminili, come “la Gaetana” della Disperata fiorentina. Vecchi camion spesso residuati di guerra in condizioni appena passabili, o frutto di un prestito forzoso da parte di società di autotrasporti o ditte private e qualche “Mod 14” o Schwarzlose arrivata fortunosamente da Fiume o acquistata sottobanco dai cercatori di residuati bellici tra le vecchie trincee. Per andare all’assalto dei muniti fortilizi sovversivi bastano e avanzano.</p>
<p>Le rievocazioni che, nostalgicamente, negli anni successivi si succederanno del fidato compagno a quattro ruote sono più d’una, e “18 BL” si chiamerà lo spettacolo teatrale, diretto da Blasetti e tenuto in riva all’Arno nel 1934, che voleva rappresentare il più autentico esempio di “teatro di massa” fascista, con ben tremila attori e figuranti in scena. Il ricordo più bello, però, resta quello di Mino Maccari, squadrista e “ferito per la Rivoluzione”:</p>
<p>«Dalla fine del ‘20 a tutto il ‘22, furono di gran moda in Italia, specie fra la gioventù, alcuni oggetti caduti ormai totalmente in disuso. Fra essi, si notava un macchinone fragoroso, a nome camion, che nulla potrebbe avere a che fare con l’odierna buicche.</p>
<p>Capace di contenere una quantità immensa di gente in camicia nera, ma non mai quanta desiderava di montarci, aveva la messa in moto a manovella, e richiamava spesso Diciotto BL. Amava molto il fascismo, e lo serviva, senza null’altro chiedere che un po’ di benzina e di olio. Infiammatosi d’amore per una vaga donzella chiamata Spedizione Punitiva, s’unì con essa in vincolo di matrimonio, e quando quella morì, il povero camion, vinto dalla disperazione, si mise a trasportare legnami, balle di gesso e altro materiale. Un giorno del 1924 la Spedizione Punitiva ritornò su questa terra, e, per qualche mese, il camion filò con lei il vecchio amore.</p>
<p>Egli si rammentava sempre di aver trasportato in quell’epoca all’Abbadia San Salvatore molti baldi giovanotti che andarono là a salutare il duce, e a fargli atto di dedizione e di affetto. Quando ricorda quel giorno, il povero camion non può frenare una lacrima sul ciglio del carburatore. Agonizza ora in un buio garage, consumandosi d’odio verso l’infame buicche e si duole che i giovani l’abbiano tradito per quella civettaccia straniera.</p>
<p>(&#8230;)</p>
<p>Il premio Biella, del quale <em>Venti su un autocarro</em> fu vincitore, alla fine del ‘39, era una delle tante manifestazioni volute dal Regime per portare —come diremmo oggi — la cultura sul territorio. Manifestazione, però, non delle minori, tanto che la giuria fu presieduta anche da Marinetti, e nell’anno della vittoria di Strumia era guidata da Ezio Maria Gray.</p>
<p>Pure la rosa dei concorrenti, in quel 1939, era selezionata: il nostro “romanzo squadrista” infatti prevalse, tra gli altri, su Bocche di donne bocche di fucili che l’emergente Lajolo aveva dedicato alla sua esperienza nella guerra di Spagna.</p>
<p>“Romanzo squadrista” ho detto, anche se, in verità, esso si compone di due parti: la prima delle quali è dedicata alle avventure camionistiche di un quindicenne che aderisce al movimento mussoliniano, mentre la seconda racconta il “dopo”, che lo vede camicia nera della Milizia e Ufficiale di Artiglieria, fino alla fine eroica in combattimento, in un luogo non precisato: forse Africa, Spagna, o confine italo-francese.</p>
<p>Un’altra prova della accennata volontà di “spersonalizzare” il romanzo, che pure resta chiaramente autobiografico (il protagonista si chiama Guido, è squadrista giovanissimo e poi Ufficiale di Artiglieria, come Strumia appunto), seminando false tracce, come quella della morte dell’io narrante.</p>
<p>La prima parte ha un andamento che ricorda — molto — il <em>Diario di uno squadrista toscano</em> del diciassettenne (un’altra prova del fatto che lo squadrismo fu un fenomeno di “giovanilismo volontaristico”) Mario Piazzesi, peraltro sicuramente ignoto all’Autore perché pubblicato per la prima volta 40 anni dopo. Una conferma, se ce ne fosse bisogno, che ambiente umano e “clima” nelle squadre era identico ovunque, così come i nomi delle squadre stesse&#8230;e infatti quella del romanzo si chiama proprio “Disperata” come la formazione fiorentina di Piazzesi.</p>
<p>Anche i personaggi ci pare di conoscerli già: «un’allegra banda di amici rumorosi e pronti, che si sono incontrati per via delle idee che si somigliavano, e capiti, e amati,&#8230;.» . Qui troviamo, per esempio, il ciabattino Vigi, che non può non ricordare «Beppe, lavandaio cialtrone che intontiva col suo vociare sguaiato» di Piazzesi, e che, come quello faceva con il «professore di matematica… sempre in mezzo alle nuvole, raffinato, esteta alla Oscar Wilde», convive senza problemi con i tre “acculturati” della squadra:</p>
<p>«Persino Romualdi, il pensatore, oggi parla poco, piano, a bassa voce. Lo sento che scambia qualche parola con Mirancelli, il fascista anarchico, e Della Rocca, il fascista repubblicano; il solito trio, i tre intellettuali della squadra. In tutta la Disperata non ci sono mai stati che loro, discorrere di politica!»</p>
<p>(…)</p>
<p>Così andavano le cose allora, finché tutto finì con la Marcia su Roma.</p>
<p>Poi subentra, nella narrazione, una seconda parte più intimista che, così come la prima presentava i già detti punti di concordanza con il “<em>Diario</em>” di Piazzesi, potrebbe a sua volta ben figurare tra i romanzi di Marcello Gallian.</p>
<p>È il racconto sofferto dell’esperienza di vita degli — ormai “ex”— squadristi, nell’Italia normalizzata che, non solo male li sopporta, ma fa addirittura spazio ai loro nemici di ieri, i borghesi, mentre gli sfasciatori di Case del Popolo e di Leghe multicolorate vengono relegati negli angolini, quasi nascosti alla vista, perché di loro ci si vergogna.</p>
<p>È il destino che in <em>Gente di squadra</em> di Gallian (recentemente ripubblicato da AGA Editrice) aspetta Giovanni, Otello, Aldo e “Spigolo”, e qui tocca a Pierino, Vigi, Giacomo e Tealdi, con l’attenuante che per alcuni di loro vi è, almeno, un ruolo nella Milizia. Ma la realtà è quella che è:</p>
<p>«È triste, è lo sconforto&#8230; per tanti è peggio, è la miseria&#8230; i militi non trovano impiego, non trovano lavoro. Dalle fabbriche, dagli uffici, li allontanano, li mandano via: coi pretesti, con le scuse, con tutti i motivi vili che sa trovare il ricco per cacciare via il fascista! Vogliono affamarci, vincerci con la fame».</p>
<p>Guido, il protagonista, intreccia a questa delusione umana e politica, quella personale: la sua storia con Graziella, la fanciulla amata fin da ragazzo, naufraga, per l’incomprensione di lei, schiava di consuetudini e convinzioni borghesi. Il dolore, mischiato a quello per il fallimento della Rivoluzione, lo spinge allora a tentare il suicidio.</p>
<p>E questo è un elemento assolutamente originale della narrativa dell’epoca, tesa ad esaltare un tipo d’uomo che non cede, che reagisce al fato e lo vince, in ottemperanza al dettato mussoliniano contenuto nella “Dottrina del fascismo”: «&#8230;il fascista accetta, ama la vita, ignora e ritiene vile il suicidio, comprende la vita come dovere, elevazione, conquista. La vita che deve essere alta e piena, vissuta per sé ma soprattutto per gli altri, vicini e lontani, presenti e futuri».</p>
<p>(…)</p>
<p>Il protagonista del romanzo cerca la morte, ma senza riuscirci, per un soffio:</p>
<p>«Sono vivo perché sono stato onesto: non ho voluto servirmi delle pallottole mie, quelle di dotazione che ci dà l’Esercito, blindate a balistite. Poche lire e un grasso armaiolo miope mi ha fornito questa vecchia roba da guerra del ‘48, polvere nera e palla non blindata».</p>
<p>Il fallimento, però, dà origine ad una nuova vita ad un nuovo amore, Carmela:</p>
<p>«È bionda, e Graziella era bruna; è lieve, dolce, serena, ha gli occhi come il nostro sole, non come il nostro dubbio, e vede ciò che Graziella non ha saputo mai vedere, ciò che è grande in noi. Io amo Carmela. Non perché da lontani giorni io la ricordi, come Graziella, non perché la sua visione in me si fonde alla nostalgia dei miei monti, della mia terra, della mia lontana infanzia. Io l’amo e non so perché».</p>
<p>È fin troppo facile capire che, pur nella sua realtà, il tutto assurge a valore metaforico. Per chi avesse dubbi, è lo stesso Strumia a spiegarlo:</p>
<p>«Allora la visione di Graziella si fa opaca e confusa, e scompare nel rosso gorgo del passato, del tempo di una volta, allora Graziella e il mio amore per lei appaiono solo più come un simbolo del primo tempo del Fascismo, e Carmela, bionda, serena, bella, un simbolo, una voce, nel coro immenso del fascismo trionfante!».</p>
<p>La nuova vita “fascista” di Guido vuol dire quindi l’Impero, la guerra di Spagna e, infine, la guerra mondiale. Il sangue di Guido consacrerà il trionfo sperato e voluto e, idealmente ricongiungerà passato e presente: le squadre, la Rivoluzione e la guerra del sangue contro l’oro. Il libro si chiude qui:</p>
<p>«E lassù, dove noi non vediamo, erano tanti ad attenderlo. Da vecchi cari fantasmi fu accolta l’anima sola, e non con pianti e sospiri, ma con sereno riso e voci e clamori lieti, così così, come quando anche quelli erano vivi e alla vecchia, sublime sede dei pochi fascisti di allora, lo accoglievano con chiasso e con riso, così così cantando:</p>
<p><em>&#8230;Disperata insanguinata&#8230;</em></p>
<p><em>Vola mia epopea, vola per tutte le terre.</em></p>
<p><em>Vola&#8230; mia sublime Disperata!»</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Arditismo giuliano</title>
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		<pubDate>Fri, 30 May 2014 07:20:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[<span style="font-family: Georgia;">Federazione Nazionale Arditi d'Italia - Sezione di Trieste</span>

Pagine: 205]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span class="userContent">L&#8217;opera nasce da una ricerca storica condotta su quei volontari giuliano-dalmati della Grande Guerra che scelsero di combattere per la Patria e la Libertà nella specialità del regio Esercito più r<span class="text_exposed_show">ischiosa, assurta unanimamente a simbolo di valore, eroismo e sacrificio: gli Arditi. Gli stessi che, alla fine delle ostilità, assieme a volontari da tutt&#8217;Italia, seguirono Gabriele D&#8217;Annunzio nell&#8217;epica impresa di Fiume. Questa pubblicazione &#8211; completamente illustrata con fotografie e riproduzioni di documenti e manifesti &#8211; non intende essere uno sterile elenco di nomi e di fatti, ma l&#8217;apertura di una pagina virtuale su personaggi e avvenimenti poco conosciuti o, peggio, dimenticati e sullo spirito patriottico che animò la generazione protagonista di quel periodo.</p>
<p></span></span></p>
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		<title>Il mio cuore fra i reticolati</title>
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		<pubDate>Mon, 26 May 2014 20:14:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[di Mario Carli

Pagine: 168

<strong>
</strong>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span class="userContent">Prima intellettuale, poi volontario e ardito nella Prima guerra mondiale, legionario fiu<span class="text_exposed_show">mano, fascista intransigente e appassionato, Mario Carli vanta una ricchissima produzione letteraria che annovera anche romanzi connotati da un profondo aggancio con l’esperienza politica che per Carli è, indissolubilmente, esperienza di vita. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span class="userContent"><span class="text_exposed_show">Così è anche per questo Il mio cuore fra i reticolati, diviso in due parti a simboleggiare la vita del protagonista, Franco Arbace, divisa tra un “prima della guerra” e un “dopo la guerra”: apologia della travolgente epopea delle trincee e dell’arditismo, narrazione etica di un percorso comune a molti giovani che, arruolatisi sull’onda di un’emozione momentanea o in ossequio alla più classica esuberanza giovanile, uscirono dalla Prima guerra mondiale armati di solida consapevolezza e incrollabile tenacia, pronti a gettare veramente il cuore oltre l’ostacolo per la costruzione di una nuova e più grande Italia.</span></span></p>
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		<title>La stagione delle fiamme danzanti. Un diario di Fiume</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Nov 2013 13:40:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[di Léon Kochnitzky

Pagine: 272]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dall&#8217;Introduzione:</p>
<p style="text-align: justify;">«[...] Il testo che qui presentiamo è un’edizione riveduta e corretta del testo di Léon Kochnitzky <em>Le Bal des Ardents ou les Saisons fiumaines</em>: rifiutato dagli editori francesi, il testo, inedito in lingua originale, apparve soltanto nell’edizione italiana tradotta e curata da Alberto Luchini per Zanichelli, che la pubblicò nel 1922 col titolo <em>La Quinta Stagione o i Centauri di Fiume</em>. Brani dell’originale francese apparvero su “Le Flambeau – Revue belge de questions politiques et littéraires”, nei numeri 1 (31 gennaio) e 2 (28 febbraio) del 1921 e dieci anni dopo, nel 1931, sulla “Revue de Paris”.</p>
<p style="text-align: justify;">La presente edizione consiste in parte di un confronto con la traduzione di Alberto Luchini condotta sui testi originali francesi che è stato possibile reperire, e in parte sulla revisione (dove opportuno) della traduzione di Luchini stesso. Il testo di Kochnitzky è stato arricchito di un copioso apparato di note: la scelta, per quanto pedante possa apparire, è stata operata in ragione dell’impressionante quantità di suggestioni, allusioni e citazioni tra le quali potrebbe essere difficile, per qualcuno, orientarsi o apprezzare convenientemente la prosa dell’Autore senza qualche chiarimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Per finire, una postfazione di Massimo Maraviglia che ha il pregio di astrarre la vicenda fiumana dalla mera narrazione cronachistica e storica per collocarla nell’alveo di una dimensione archetipica per chi ancora oggi, impegnato per il mutamento, è in cerca di modelli politici e metapolitici — per chi è e vuole restare sulla via».</p>
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